
Il giorno 23 settembre 2009
presso la Sala Petrassi dell’Auditorium “Parco della Musica” di Roma,
all’interno della II Conferenza Internazionale
“L’istruzione chiave dello sviluppo”
promossa dalla Fondazione ONLUS RITA LEVI-MONTALCINI
si è tenuta la premiazione degli alunni vincitori
della prima edizione del concorso letterario annesso al Progetto,
bandito per l’a.s. 2008/2009 dalla Fondazione e
dall’Assessorato alle PoliticheEducative e
Scolastiche della Famiglia del Comune di Roma.
Benedetta Cerasoli,
alunna della classe 4 A del Liceo Classico Europeo,
ha vinto
il secondo premio della Sezione Prosa del Concorso,
con l’elaborato “Yes, we can”.
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Yes We Can Brian, Viktor, Yuki e Julien. Hanno tutti e quattro dieci anni, non si conoscono e non si somigliano per niente, vivono in posti diversi, ma oltre all’età hanno qualcosa di grande in comune… Cleveland, Ohio: qui abita, o meglio abitava Brian con i suoi genitori, entrambi dipendenti di una fabbrica di automobili, che ha chiuso in seguito alla crisi di questi ultimi mesi. Oltre al lavoro hanno perso anche la casa, e ora vivono in un motel ai margini di un distributore di benzina, in una stanza dove non si fa altro che litigare. Per Brian l’unico rifugio è la scuola: qui dove è rimasto tutto uguale riesce a dimenticare il suo dramma. Si diverte con i suoi compagni, ascolta i professori e studia. I buoni voti lo ricompensano dei dispiaceri familiari e lo fanno ben sperare nel suo futuro. Sogna di diventare avvocato, per difendere i più deboli, e magari di poter riacquistare un giorno la casa della sua infanzia. L’Aquila, Abruzzo. Viktor quella notte del 6 aprile non la dimenticherà mai. Ancora impaurito non sa come sia riuscito a salvarsi insieme ai genitori e alla sorellina da quel terribile terremoto che ha distrutto il palazzo dove viveva da quando la sua famiglia si era trasferita da un paesino della Transilvania, in Romania. Il padre, laureato in informatica, si era fatto apprezzare come bravo elettricista, la mamma aveva trovato lavoro come badante. Ora la loro casa è la tendopoli, dove si sta stretti ma ci si vuole più bene. Ha fatto amicizia con altri bambini, giocano a pallone e c’è chi li fa disegnare e dipingere. Qualcuno ha portato dei libri per loro; Viktor ha scelto quelli di avventura, e gli piace andarsene a leggere sul prato, e fantasticare, nell’attesa che riprenda la scuola e si possa tornare pian piano a una vita normale. Chissà, si chiede, se un giorno potremo avere una casa tutta nostra nel paese di papà al confine con il bosco. Butare, Rwanda. In un villaggio messo su da una Onlus olandese e da una missione cattolica è ospitato Yuki, rimasto orfano dopo gli eccidi di una guerra fratricida che ha sterminato la sua famiglia. Ha visto uccidere suo padre e sua madre mentre scappavano per mettersi in salvo, e ha ancora negli occhi l’orrore della morte. Ma qui ora si sente tranquillo, c’è chi gli vuole bene e gli offre non solo un pasto caldo e un tetto sicuro ma anche quella possibilità che non aveva mai avuto: imparare a leggere e scrivere, a lui che non era mai andato a scuola perché doveva aiutare i suoi genitori a coltivare un piccolo pezzo di terra andando a prendere l’acqua a piedi, a chilometri di distanza. La sua lingua è lo swahili, ma le suore e qualche insegnante gli parlano anche in inglese. Si sente già importante e la notte sotto il cielo stellato dell’Africa sogna ad occhi aperti, e si vede già presidente di un popolo in pace. Bagneux, banlieue parigina. È ancora notte quando Julien si alza per andare a scuola. Ci vuole un’ora di RER, la metropolitana extraurbana della capitale, per arrivare in centro, nel quartiere latino, dove si trova la sua scuola, l’Henri IV, la più prestigiosa di Francia. Certamente non pensava che potesse riuscire a essere inserito tra gli alunni meritevoli che avevano la possibilità di essere ammessi a frequentare l’istituto che aveva riservato alcuni posti a chi, pur vivendo ai margini della città, aveva un ottimo curriculum. Nei primi tempi si sentiva un po’ a disagio in mezzo a tanti coetanei parigini, per la maggior parte un po’ snob. Ma poi si è fatto apprezzare per la sua simpatia e la sua semplicità, e gli amici lo invitano nelle loro bellissime case del centro a giocare alla playstation che preferiscono allo studio, considerato superfluo, quasi una perdita di tempo. Julien non li capisce, e crede invece che uscire con buoni voti da quella scuola di eccellenza sia la sua grande occasione. Magari per andare a una “Grande Ecole”, e diventare ingegnere o architetto, e disegnare un nuovo quartiere che porterà il suo nome. Benedetta Cerasoli |
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