Ultima modifica: 19 dicembre 2017

Auguri del Rettore- Natale. Alla ricerca di un senso

 

 Natale. Alla ricerca di un senso

Nell’abitudine ormai consueta a introdurre vecchie e nuove occasioni per festeggiare, il Natale riesce a conservare, nonostante tutto, ancora la sua dimensione di ricorrenza cristiana, sentita anche da chi cristiano non è.

Enzo Biagi scriveva di mitici cappelletti della nonna, in un’aria resa forte dal brodo finalmente di carne, per i quali, prima di assaporarli, era fatto obbligo di ringraziare con una preghiera il nuovo Nato.

Il Natale cristiano delle origini, a Roma, affermava la rinascita della luce nel cuore dell’inverno; una realtà piccola, quasi insignificante, un evento quotidiano – come il sole che anticipa l’alba di qualche minuto o come un neonato che rende colmi di gioia anche i genitori più poveri – fu immaginato, come divenne, il segno della speranza che rinasce, di una nuova luce che illumina e riscalda le vicende degli uomini.

Forse sta proprio in questo semplice inizio di una vita di un uomo sulla terra il segreto dell’universalità del Natale: un messaggio oltremodo semplice, alla portata di tutti, a cominciare dai poveri pastori di Betlemme; così come semplice sarà anche la vita di quel bambino appena nato, redentore per caso: passerà in mezzo agli altri uomini facendo il bene, parlerà un linguaggio capace di toccare il cuore dei semplici, vivrà nella frugalità, nella solidarietà e nell’amicizia che è patrimonio dei piccoli.

Un messaggio che non si prefigge l’attimo di gloria in cui meravigliare ed essere protagonista per qualche minuto; difficile non pensare al coacervo dei media odierni, alle fake news, ai nonsense di tante chat, anche a scuola: persino la Ministra ha affermato che  hanno fatto più danni le chat di mamme e papà trasformati in sindacalisti dei figli che vent’anni di riforme. Mi torna in mente, con  nostalgica amarezza, il Mors et vita in manibus linguae della VI regola benedettina. E ancora: Nam loqui et docere magistrum condecet, tacere et audire discipulum convenit. Il problema è, allora, (ri)conoscere il magistrum.

Eppure il silenzio non si può dire, ma parlarne si può; magari con prudenza e pudore per sfatare i pregiudizi che lo circondano, intessuti di fastidio, paura, infatuazione: quasi il rovescio oscuro del suono, della parola, del rumore. Una tenebra di solitudine opposta alla compagnia luminosa dell’eloquio, della musica, del brusio.

Alle irrisolte, e troppo spesso inutili aggressività individuali e collettive, il silenzio simboleggia il diverso assumendo connotazioni sospette, quasi tendesse agguati totalitari e mortali alla vivacità democratica del suono.

            E’ il termine silenzio, nella sua relazione con la meditazione su Natale, che ha suggerito queste riflessioni: il silenzio che indica situazioni ed atmosfere che dischiudono realtà molto differenti: il silenzio della natura, fenomenico, che si manifesta come una sospensione dei suoni naturali: il silenzio del vento che tace, il silenzio che segue lo scoppio roboante del tuono, il silenzio che precede l’alba.

E c’è poi il silenzio ontologico, che incrina la barriera fra essere e non essere, il silenzio di Dio, spazio della tragedia e della libertà, origine dell’avventura e dell’angoscia; il silenzio dell’ineffabile che non risponde e scioglie il punto interrogativo alla domanda; il silenzio della ragione, che non è il suo sonno, ma riposo all’ombra della soglia.

E poi silenzi di timidezza, pudore, segreto, pietà.

Al contrario, il Natale esprime, nel silenzio di una grotta in una notte magica, un messaggio che stupisce ancora nella semplicità del bene; segni e prodigi legati ai bisogni essenziali dell’uomo: il pane, la vita riaffermata come più forte della morte. E proprio grazie a questa quotidianità del bene, troppo grande perché i beneficiari potessero attribuirlo solo a lui, alcuni lo riconosceranno per quel che è.

Ma ha ancora senso oggi parlare di un Natale di gioia tra la preoccupazione  di chi non trova più un posto libero per le vacanze e l’angoscia di chi non trova lavoro? Una parte del mondo prepara un cenone di pace; l’altra, affamata, prepara nuove armi e pensa a nuove distruzioni; possiamo farlo quando ci sono persone che per libertà intendono l’imbarazzo della scelta tra infinite opportunità e altre che non sono libere nemmeno di esistere e di esprimere i loro sentimenti?

E’ quindi sul trionfo dell’effimero, allora, su questa condizione di tranquillo benessere che urge il vento della speranza, per ricordare che, nonostante tutto, siamo ancora in vita.

Solo in questo caso vigoreggia di attualità ciò che col Natale vogliamo, in qualche modo, testimoniare: che non è polvere d’oblio ma invito, sollecitazione a voler sempre considerare  l’importanza del cammino dal non essere all’essere.

Forse non  possiamo, ma abbiamo il dovere almeno di cercare di farlo  perché, se è vero come scriveva Tolstoj che gli incontri sono scritti nel cielo,  la gioia che l’incontro con il Natale ci invita a vivere, non è la gioia momentanea delle luci sull’albero, delle riunioni in famiglia e con gli amici, di un regalo che riesce ancora a stupirci per un momento; ma è la gioia, sofferta, di chi è consapevole che la speranza o è per tutti oppure è mortificata; di chi sa che la pace non è il silenzio che si crea dopo l’esplosione ma verità, giustizia, perdono, senso del dovere, amore.

Di chi sa che il dovere deve esser reclamato ben prima di ogni diritto, che la gioia è nel sacrificio, nello studio, nel silenzio, nel senso dell’impegno quotidiano, nella capacità di dare: è questo quel che vorrei gli alunni di questo Convitto avessero chiaro; ed è questo il mio, silenzioso, augurio.

Solo allora il Natale non sarà solo la festa dei pochi che chiudono gli occhi sul dolore di molti, ma la gioia di un’attesa ben più vasta di ogni recinto privilegiato; sarà il barlume di una speranza che, come il vino buono, muove i ricordi e lenisce gli affanni; l’inizio di relazioni autentiche e di rispetto dell’altro.

Sarà finalmente una festa ricca di senso, capace di esprimere, in gesti e parole, la bellezza e la luce, echi di quella luce nel buio di Betlemme, che brilla anche oggi in ogni luogo avvolto dalle tenebre del dolore e dell’irrimediabile, banalissima tristezza del non-senso.

Il rettore