Ultima modifica: 19 dicembre 2018

Natale: un augurio di gioia, miseria, umiltà e perdono

 

E’ singolare che il Natale cristiano abbia origine dall’appropriazione da parte del Cristianesimo, divenuto religione dell’impero, di una festa pagana, celebrata a Roma, che affermava la rinascita della luce nel cuore dell’inverno, il lento ma irreversibile trionfo del sole sulle tenebre che sembravano averlo sconfitto; una realtà apparentemente piccola, quasi insignificante, un evento quotidiano – come il sole che anticipa di qualche minuto la sua levata – fu immaginato il segno della speranza che rinasce, dell’orizzonte che si illumina e riscalda.

Forse sta proprio in questo semplice inizio di una vita di uomo sulla terra il segreto dell’universalità del Natale: e della sua meraviglia.

Un messaggio, tuttavia, che non ha come obiettivo dichiarato di meravigliare ma che stupisce ancora nella semplicità del bene, della sua quotidianità, che solo un guerriero, contro tendenza e contro tutti, è ancora capace di compiere.

Non è un fatto così originale poi: Toro Seduto per esempio, che il cristianesimo non aveva né conosciuto né professato, affermò in un’intervista che il guerriero non è chi combatte per uccidere ma chi sacrifica se stesso per il bene degli altri. E’ suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a se stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità.

Il guerriero è tale quando riesce a combattere per le giuste cause che è veramente semplice ritrovare, anche nella società del web con le sue mode, i suoi pericoli, le sue contraddizioni. Scriveva Enzo Biagi che le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino.

Più volte, considerando uomini e circostanze di questo mondo, mi chiedo cosa potrebbe fare il Protagonista, suo malgrado, di così tanti presepi: cosa direbbe, dove andrebbe, come sarebbe accolto. Ma soprattutto, riuscirebbe a parlare, a modellare ancora le coscienze dell’uomo contemporaneo, ormai oltremodo scettico e segnatamente smaliziato da tante immagini che hanno annientato anche la sua capacità di sognare  e di sperare?

Riuscirebbe, nel secondo millennio, a convincere i nostri figli che la gioia, quella vera, è nell’accettare, nel dare, nella scelta consapevole della sobrietà, dell’essere parchi, meravigliando proprio come altri santi e beati fecero seguendo il Suo esempio?

Sant’Ignazio scriveva che si rinuncia veramente quando si toglie qualcosa dall’essenziale, che è poi quel che rimane dopo aver già sfrondato appieno il superfluo.

Avrà ancora allora senso mettersi da parte e abbracciare una povertà ricercata?       

Certo, la povertà è fastidiosa, invidiosa, dispetta e scura, dice Dante nel Paradiso, e chiunque è mediamente mal disposto ad accoglierla in quanto tale: nessuno può lodarla di per sé (anzi, la miseria è spesso maledetta, ancorchè accostata a un nobilissimo quadrupede) se alla base non c’è il desiderio di confondersi, di tuffarsi nel bene amato. Oh ignota ricchezza! Oh ben ferace!

               Scriveva il compianto don Silvano Fausti che a Betlemme, un pastore poverissimo, in miseria, tanto povero da non posseder proprio nulla, fu portato quasi con forza alla grotta dai suoi compagni: non ci voleva andare, si vergognava, non potendo offrire a quel magnifico bambino proprio nulla. Ma fu convinto e, una volta arrivati, videro Maria con Gesù tra le braccia   che sorrideva, davanti alla generosità di chi offriva cacio, lana o qualche frutto. Maria scorse il pastore che non aveva nulla e gli fece cenno di venire. Lui si fece avanti, sempre più imbarazzato; ma Maria, per avere libere le mani e ricevere i doni dei pastori, depose dolcemente il bambino tra le braccia del pastore che era a mani vuote…

E, a pensarci bene, nella Sua esistenza, non c’era stato veramente nulla che agli occhi di un ragazzo del secondo millennio possa apparire così spettacolare al punto di farlo diventare popolare: non aveva condotto eserciti alla vittoria, non aveva fondato ordini né congregazioni, non si era certamente chiesto se dovesse lasciare delle opere che sfidassero i tempi, non era né ricco (anzi…) né potente; per esser più chiari, in lemmi imbarbariti ma, ahimè, contemporanei, non aveva alcun profilo facebook, né foto su instagram, neanche un twit, men che mai followers (tranne una dozzina di miserandi fedelissimi) e non contava i like.

Solo abbandono di tutto e perdono. L’antropologia cristiana, il cui inizio ricordiamo ogni anno a Natale, trova allora il suo culmine in questa disponibilità all’ascolto e al perdono; il cominciare di ogni giorno per costruire l’uomo, quello vero, muove da questa capacità di trovare la forza, e forse anche il coraggio, di   ascoltare e perdonare. Il bambino non ha nulla ma tende le mani; offre ciò di cui non sappiamo di avere intimamente bisogno: la presenza gratuita e l’essere per l’altro, l’essere con l’altro. A casa e a scuola.

Forse anche per questo, insieme al primo presepe vivente, la Regola francescana esplode in una sequenza di lodi che possono apparire parole in libertà ma che, in ogni tempo, anche in questo mondo globalizzato e multiforme, testimoniano umiltà, perdono e gioia anche per la miseria, per la solitudine, per il tradimento, trasmettendo un messaggio che, a distanza di secoli, ancora perseguita con implacabile amore.

Il rettore